COME SARA
LOTTAVA MERAVIGLIA DEL MONDO?
NON CERTO COSI!
Le foto di queste pagine sono documenti straordinari, perché permettono di gettare uno sguardo sul futuro. Almeno, sul futuro che governi, costruttori e lobbies vorrebbero regalarci. Ecco come apparirebbe lo Stretto di Messina con il Ponte, per come è stato progettato. Queste immagini sono opera di Michele Urbano, che vi ha lavorato nell'ambito di una ricerca, sull'impatto ambientale del Ponte, condotta da Alberto Ziparo, dell'Università di Firenze, e da Virginio Bettini, dell'Istituto di architettura di Venezia. I dati utilizzati per la realizzazione virtuale sono gli stessi che la Società "Stretto di Messina" sostiene di aver usato per proporre immagini che invece appaiono ben diverse (si veda la foto qui sopra).
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1. La prospettiva del Ponte da Punta Pezzo: la configurazione della costa calabrese è
profondamente trasformata.
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2. Si chiama Granatari, è il posto dove proprio non vorreste più abitare. Quanto al panorama, scompare.
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3. La sproporzione tra il pilone e gli insediamenti attuali a Ganzirri.
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4. Sempre la zona di Ganzirri, vista dall'alto: si nota la frattura tra i due laghetti.
Su questo territorio esiste oggi un vincolo paesistico.
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5. Il Ponte dalla parte calabrese: altre decine di edifici abbattuti e un impatto sul paesaggio che non è necessario commentare.
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6. La zona vincolata di Ganzirri come è e, a destra, come sarà: l'opera stravolgerebbe gli ecosistemi lacustri [visibili nella foto in basso], oltre a provocare la rimozione di decine di edifici, costringendo gli abitanti residui a vivere sotto il Ponte.
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7. Due Torri, Sicilia.
Poi si chiamerà Due Piloni
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8. Un'altra prospettiva del Ponte dalla costa siciliana.
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Tra Scilla e Cariddi - Comitato 'Tra Scilla e Cariddi' - C'è un mito moderno, tanto assurdo quanto potente, che occupa l'immaginario di molti, non soltanto siciliani e calabresi. E' il ponte sullo Stretto di Messina. Dall'Unità d'Italia sino al dopoguerra il progetto del ponte ha rappresentato il simbolo della congiunzione materiale della Sicilia al continente. Era l'epoca dell'isolamento, della dipendenza, del sottosviluppo acuiti dalla difficoltà dei trasporti e della mobilità. Oggi, benché il divario tra il Mezzogiorno ed il Nord del Paese permanga, la questione non è più drammatica come un tempo e, soprattutto, la mobilità di persone, cose ed informazioni non costituisce più un problema. Da Napoli a Palermo, ad esempio, con le navi veloci si impiegano quattro ore: nessun mezzo via terra, anche attraverso un ponte, consentirebbe un trasporto così veloce. I moderni e mastodontici portacontainer, quelle navi che approdano a Gioia Tauro per intenderci, contengono ciascuno una quantità di merci pari a quella trasportata da mille Tir. Viviamo in un'epoca in cui il trasporto su gomma, con i suoi effetti di inquinamento e di congestione, costituisce un serio problema. Il progetto del ponte è divenuto allora obsoleto. Non conviene economicamente, finirebbe per creare nuovi problemi, e per di più è un progetto insicuro, temerario in un'area fortemente sismica e attraversata da forti venti. Nonostante ciò il mito del ponte resiste, cancella quello secolare di Scilla e Cariddi, incurante della distruzione di uno scenario paesistico noto a tutto il mondo per la sua bellezza e particolarità, cieco agli irreversibili e catastrofici danni ambientali ed ecologici che una simile opera realizzerebbe. Perché questo mito? Il ponte oggi è simbolo della Modernità. La grande opera faraonica, di acciaio e cemento, è percepita come un monumento al Progresso. Che sia utile oppure del tutto inutile poco importa: il suo valore è simbolico e serve a rimuovere sensi di inferiorità e complessi di colpa, serve a scalzare quel fastidioso sentimento di mancanza che rode l'anima dei meridionali. E' difficile, con argomenti razionali, contrastare queste sensazioni. Eppure in esse vi è, ancora una volta, l'essenza della disgrazia del Mezzogiorno: l'incapacità di fare i conti con se stessi, di ritrovare la propria autonomia e la propria soggettività liberata dalla dipendenza da una immagine negativa che sul Mezzogiorno è stata proiettata e che i meridionali hanno incorporato. Il mito del Ponte attecchisce e diviene contagioso così come, nelle società moderne, si diffonde la sindrome dell'autoinganno, che porta a predicare certe cose ed a farne altre, del tutto opposte, che induce a dire che tutto va bene, quando invece in coscienza si sente che tutto è un disastro e siamo sull'orlo di un baratro. Su questa debolezza dello spirito speculano interessi di parte, forti interessi lobbistici chiaramente individuabili, così come - probabilmente - interessi occulti ed illegali (si legga mafiosi) che nel ponte vedono un'altra grande occasione di arricchimento privato e di rapina. Ma poco importa all'anima semplice, colpita dall'exploit faraonico. Mille argomenti razionali sostengono l'insensatezza del progetto. La precarietà del progetto ingegneristico, che non considera i rischi del contesto geologico, i venti, la sismicità; l'insostenibilità economica nel rapporto costi-benefici; l'assenza di qualsiasi seria valutazione di impatto ambientale e sociale; la mancata considerazione di alternative multimodali più efficaci ed efficienti per l'attraversamento dello stretto; il fatto che il ponte - data l'altezza dell'impalcato prevista dal progetto - non consentirebbe il passaggio alle navi di più recente costruzione che raggiungono i 100 metri di altezza (il che vanificherebbe l'importanza del porto di Gioia Tauro); ed ancora si potrebbero elencare molte altre osservazioni ostative che studiosi ed esperti di molte università italiane ed estere hanno esplicitato. Tutto ciò però evidentemente non basta. E' vero che l'informazione - monopolizzata dalla lobby del ponte - ha oscurato questi argomenti. Occorre diffondere una contro-informazione, che faccia giustizia alla realtà dei fatti. Ma forse la presa del mito è ancora più accecante del black-out mediatico. Dunque l'appello alla ragione ed al calcolo non basta. Occorre rivalutare emozioni forti, richiamarsi al senso dei luoghi, ad una sensibilità e ad una estetica meridiane, prima che l'abitudine al brutto le seppellisca definitivamente. Occorre restituire dignità universale al significato emotivo che l'area dello Stretto di Messina ha avuto nei secoli, per chi qui vive e per tutti coloro - lontano da qui - che hanno vissuto questo significato nei racconti, nelle storie, in miti, che a ben vedere sono molto più realistici ed umani di quello del ponte. Possiamo cancellare, con l'exploit del ponte, la memoria iscritta nelle acque dello Stretto e farne un anonimo tratto di mare, una duplice baia - separata da un nastro trasportatore avvolto in una nuvola di benzene - su cui si rispecchierà soltanto ciò che di concreto appare dietro il mito del Progresso: un mondo di merci a rapida obsoloscenza, un mondo "usa e getta", un mondo sporco che consuma se stesso? Rifiutare il progetto non vuol dire soltanto opporsi alla distruzione di un luogo vitale, nel senso pieno ed esistenziale di questa parola. Significa prospettare, con alternative praticabili già da ora, una società meridionale sostenibile ed autosostenuta, che riconosce nei suoi luoghi e nella sua storia, nel suo carattere particolare ed al contempo denso di universalità, la risorsa per uno sviluppo altro. Significa prospettare una società che ponga al centro delle proprie energie il senso del rispetto, della misura e del limite. Una società che sia capace di coniugare ragione ed emozione. Su queste riflessioni, nel 1987, si formò il comitato "Tra Scilla e Cariddi". L'iniziativa venne da singoli intellettuali, tra cui Alberto Ziparo e Osvaldo Pieroni, da associazioni ambientaliste come Legambiente, con Lidia Liotta, e il WWF, con Beatrice Barillaro, dall'allora Rifondazione Comunista, con Rosa Tavella e Michelangelo Tripodi, dai Verdi e da altre associazioni come il CRIC, con Piero Polimeni, Torre di Babele, ecc. Anche Ora locale aderì al comitato. L'appello alle Nazioni Unite per la salvaguardia dell'area dello Stretto, quale patrimonio naturale e culturale dell'umanità, costituì una sorta di manifesto contro il progetto del ponte, che venne sottoscritto da centinaia di intellettuali, associazioni, esponenti politici, cittadini. Tra coloro che sottoscrissero figurano i nomi di Serge Latouche, di Dario Fo, di Citto Maselli e di decine di docenti universitari. Il libro di Osvaldo Pieroni, cui gli interventi presentati in questo numero si riferiscono, deriva dalla esperienza del comitato "Tra Scilla e Cariddi". Da qui il titolo. In esso viene ripercorsa la storia del progetto del ponte e vengono esposte le ragioni della opposizione. Il libro è però anche una storia d'amore, di un rapporto esistenziale con la terra di Calabria e con lo Stretto, in cui personale e politico si fondono. La vicenda del ponte è poi occasione per una riflessione di più ampio respiro sulla storia e sulle prospettive del Mezzogiorno, in particolare della Calabria. A questo libro farà tra breve seguito un saggio collettivo, curato da Alberto Ziparo e Virginio Bettini, con il contributo di studiosi di sette università italiane, che costituisce una vera e propria valutazione di impatto ambientale e sociale del progetto del ponte e ne mostra - dallo stesso punto di vista della scienza e della tecnica - l'insostenibilità. Sia nel caso del libro di Pieroni, che in quest'ultimo si vedrà che parlare del ponte sullo Stretto ed impegnarsi in una battaglia affinché il progetto venga accantonato vuol dire oggi riflettere su chi siamo e gettare le basi per il futuro non soltanto della Calabria e del Mezzogiorno d'Italia, ma dell'intera area mediterranea.
(articolo apparso in OraLocale, settembre-ottobre 2000)
Il "Megaponte" e il fascino del male di Serge Latouche (Università di Parigi Sud, XI)
Quando nel 1998 sottoscrissi l'appello del comitato "Tra Scilla e Cariddi", Perché la saggezza prevalga sulla incoscienza, ero ben lontano dal riconoscere i mille ed uno dettagli di questo straordinario rapporto (Osvaldo Pieroni, Tra Scilla e Cariddi. Il Ponte sullo Stretto di Messina: ambiente e società sostenibile nel Mezzogiorno, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000, pp. 267). E' merito di Osvaldo Pieroni l'aver prodotto, grazie ad un lavoro da certosino, una vera e propria summa, che raccoglie in modo chiaro ed intelligente tutti gli aspetti del dibattito. In mancanza di queste conoscenze specifiche, all'epoca avevo aderito in qualche modo "d'istinto", fidandomi di un intuito che mi derivava dalla familiarità con i problemi dello sviluppo locale in Francia e con quelli dei grandi progetti in Africa, così come dalle mie ricerche sul progresso, la scienza, la tecnica e la modernità (si veda in particolare il mio libro La megamacchina. Ragione tecnoscientifica, ragione economica e mito del progresso, Bollati Boringhieri, Torino 1995). Lavorando al piano di sviluppo urbano della regione Nord-Pas-de-Calais, negli anni Settanta, non si diceva già che le strade, costruite con grandi spese che gravavano sui fondi dipartimentali dell'agricoltura, destinati al benessere dei cittadini, con il pretesto di togliere dall'isolamento le aree rurali, servivano invece a far sloggiare l'ultimo contadino trasferendolo in città ed a permettere al primo parigino di fare della vecchia azienda agricola, in tal modo liberata, la propria casa di campagna! Avendo a lungo studiato il sottosviluppo del Terzo mondo con la sua scia di "elefanti bianchi" (così vengono chiamati quegli inutili, costosissimi e smisurati cantieri per opere faraoniche mai completate, Ndt.), di cimiteri delle cattedrali industriali nel deserto o di progetti "safari", mi è subito venuto in mente che "l'ottava meraviglia del mondo", questo superbo Ponte sullo Stretto di Messina, non fosse altro che - secondo la bella espressione di Sergio Cofferati (p. 79) - "un collegamento velocissimo tra due deserti infrastrutturali". Come nel caso della celebre diga di Inga nello Zaire di Mobutu, ritroviamo qui tutti i miti "sviluppisti" alleati alla più sfacciata corruzione. La disperazione generata dalle condizioni del sottosviluppo ed i complessi di inferiorità e di colpa che ne derivano, portano a confondere i virus più virulenti della malattia con la cura. Essendo poi divenuto ancor più sensibile alle ferite irreparabili che l'economia infligge alla natura, ebbi anche il presentimento che, come dice Nella Ginatempo, "il Ponte sullo Stretto [...] distrugge una risorsa dell'ambiente: la bellezza" (p. 95). Sentivo che ci si stava muovendo verso una catastrofe ecologica. Il bel lavoro di Osvaldo Pieroni ha rafforzato i miei timori ed ha sostenuto con solidi argomenti le mie riserve. Si potrebbe dire che si tratta di un caso da manuale, il quale dimostra che le lezioni di tanti fallimenti di progetti faraonici in contesti simili non servono per niente a scoraggiare gli imprenditori della distruzione in tempo di pace. "Pensare e progettare ancora lo sviluppo in termini di acciaio, asfalto e cementificazione - nota Osvaldo Pieroni - significa essere fuori dal nostro tempo, ancorati ad una modernità industrialista che mostra la sua drammatica obsolescenza tanto sul piano economico, che su quello politico e culturale" (p. 91). Questo progetto costituisce un concentrato esemplare di come le logiche tecnoscientifiche, accoppiate ai meccanismi economici ed alle perversioni burocratiche, possano comportare quanto di più nocivo e pernicioso si possa immaginare. Esso contribuisce per di più a quella banalizzazione del male, denunciata da Hanah Arendt a proposito del totalitarismo, ma che invece è propria dei tempi moderni. Questa infatti si perpetua nella "democrazia di mercato" in modo più "soft", ma ancora più efficace che nei sistemi totalitari. Ad essa contribuiscono in larga misura il culto dell'exploit tecnoscientifico ("la più importante realizzazione dell'uomo dopo lo sbarco degli americani sulla luna", Nino Calarco, p. 20) e la credenza irrazionale nel progresso e nello sviluppo. In tal modo trova conferma la legge del sistema tecnico formulata da Jacques Ellul: se è possibile fare una cosa, bisogna farla. Sotto la pressione delle lobbies, da quelle del ciclo del cemento, della speculazione fondiaria e immobiliare, della mafia, fino alle corporazioni degli ingegneri e degli addetti ai lavori pubblici, una burocrazia furba passa all'attacco giocando fino in fondo la tattica del fatto compiuto. Le spese già fatte, le promesse sconsiderate non permettono più di tornare indietro. E' inutile insistere sugli elementi di un dibattito che l'eccellente indagine di Osvaldo Pieroni ha ordinato in modo pressoché esaustivo; non si possono che riprendere, sia pur in altro modo, le sue conclusioni. Anche se il progetto fosse razionale, ovvero conveniente in termini di rigoroso calcolo economico, come in effetti sono parsi i progetti del tunnel sotto la Manica o il più recente collegamento tra la Svezia e la Danimarca che legano due zone ad intenso sviluppo e con un traffico in crescita, non sarebbe tuttavia ragionevole realizzarlo. L'assenza di una vera analisi dell'impatto ambientale ed ecologico, diretto ed indiretto, del progetto e delle sue ricadute non può che rafforzare le esitazioni delle persone sagge. La negligenza nel valutare la dinamica delle placche continentali, la sottavalutazione dei rischi sismici, dei venti e delle correnti marine dovrebbero comportare l'abbandono del progetto in virtù del principio di precauzione. Tuttavia, in questo caso, l'analisi economica mostra che si tratta di un investimento irrazionale, troppo costoso rispetto ai ritorni previsti, inutile rispetto alle alternative immaginabili, senza prevedibili effetti di trascinamento vista l'importazione massiccia di tecnologie prodotte altrove; in breve si tratta di un esempio tipico di quegli investimenti sconsiderati già fatti nel Mezzogiorno, che denuncia il prof. Latella: "assolutamente privi di connessione organica con il territorio" (p. 105). Si vede bene che nei fatti la ragione economica non è invocata che a titolo d'alibi. Ciò che invece è sicuro è che, accantonando le soluzioni alternative, piuttosto che far emergere la regione dalla depressione, si porterà a termine un crimine contro la bellezza. Come scrive ancora Nella Ginatempo: "Se, dunque, mancano le categorie dell'utile e del giusto, salviamo almeno le categorie del bello!" (p. 108). Solo il fascino della prodezza spettacolare, prometeica, della gloriosa sfida cinta d'aureola, del simbolo nazionalista e geopolitico dell'unificazione del territorio italiano e del ricongiungimento materiale al continente può spiegare l'accecamento nefasto di "brave persone" non corrotte da gruppi di pressione, i cui interessi di parte sono chiaramente identificabili. Se Giove acceca quelli che vuol perdere, vogliano gli Dei preservare la Calabria e la Sicilia da un destino così funesto! (traduzione di O.P., articolo apparso in OraLocale, settembre-ottobre 2000)
Un sociologo tra Scilla e Cariddi di Nella Ginatempo (Università di Messina)
Ripensando al mito di Colapesce ed al sacrificio immaginario di questo eroe, mezzo uomo e mezzo pesce, che non può fare ritorno perché deve per sempre reggere la colonna debole della Sicilia esposta ai terremoti, ancora una volta riscopro la lezione che il mito ci trasmette. Come un messaggio in bottiglia attraverso la deriva del tempo i miti ci consegnano un sapere: le intuizioni dei nostri padri e delle nostre madri che possono essere per noi sorgenti di nuova coscienza. Perché i nostri antenati hanno immaginato questa bizzarra storia? Chi è il personaggio Colapesce? Non è completamente un essere umano ma ciò gli fornisce poteri divini che provengono dalla sua natura animale, dal suo essere parte della natura: la leggenda lo immagina figlio del dio Nettuno e fratello delle sirene ed egli ha il potere di vivere nel fondo del mare come un pesce e di conoscerne i segreti e le minacce. Da ciò nasce la sua capacità di vedere i limiti della natura, in questo caso matrigna, e così scopre uno dei pericoli che nasconde il mare: il sisma. Ci restituisce così l'immagine di un territorio debole e ferito, che necessita di interventi di protezione e sostegno, per i quali alla fine l'eroe si sacrifica, giungendo a rinunciare alla sua vita umana sulla terra. Ecco cosa possiamo apprendere dalla leggenda di Colapesce: l'eterno monito, l'eterno ricordo delle numerose ferite sismiche che la nostra terra ha subito. Evidentemente i nostri antenati avevano una sensibilità ecologica ante litteram che noi oggi rischiamo di perdere, abbagliati dai nuovi miti della tecnologia e del potere economico, ed anziché elaborare questa sensibilità in forma di coscienza moderna, come riflessione sul senso del limite, alimentiamo illusioni prometeiche, di cui il progetto del ponte sullo Stretto costituisce un ultimo attardato esempio. Invece coscienza del limite vuol dire pensare a noi razza umana come parte della natura e dei suoi equilibri e non come padroni incontrastati che possono capovolgere le leggi interne, modificare con arroganza e megalomania ciò che migliaia di anni di lavoro geologico hanno prodotto sulla faccia del pianeta, illuderci di diventare "chirurghi del pianeta", non per sostenere e proteggere i punti geologici più deboli ma per mutilarli, applicando orribili protesi e cambiandone i connotati. La saggezza antica di cui Colapesce è un esempio, ritorna in forma moderna e scientifica tra gli scienziati e gli ambientalisti dei nostri giorni che in vario modo si sono espressi contro il progetto del mega-ponte sullo Stretto di Messina. Da molte voci si sono levati moniti contro il rischio sismico, si sono moltiplicate le critiche a proposito della inutilità e degli svantaggi economici di un'opera pubblica ciclopica come questa, ennesima riproposizione di un vecchio paradigma già fallito per lo "sviluppo del Sud". E non sono mancate le analisi e gli appelli degli urbanisti e degli ambientalisti che segnalano l'irrimediabile guasto all'ambiente naturale ed ai centri urbani dell'area dello Stretto che dalla costruzione della mega-infrastruttura deriverebbe. Ma adesso abbiamo un nuovo Colapesce: il sociologo Osvaldo Pieroni ci offre uno sguardo nuovo, il punto di vista di chi studia l'impatto sociale e antropologico di un'opera di questo genere ed elabora una nuova espressione del "pensiero meridiano" (Cassano). Richiamandosi ad una visione alternativa della modernità, ovvero ad una modernità riflessiva, cosciente dei costi e dei rischi dello sviluppo tecnologico ed economicistico (U. Beck), Pieroni produce un saggio di sociologia dell'ambiente che analizza l'area dello Stretto come luogo e mondo vitale. Partendo dal concetto di "colonizzazione del mondo vitale" di Habermas, Pieroni scrive: "Lo spazio in quanto paesaggio significativo, in quanto ambiente vissuto - ovvero luogo dell'azione, il luogo della dinamica del corpo - ed il tempo come storia evolutiva e delle generazioni che in quei luoghi o in riferimento ad essi si ripetono e si formano (si socializzano) sono parte del mondo della vita come sfondo della comunicazione e come riferimento della coscienza collettiva. Le emozioni ed i sentimenti che un luogo suscita, che dalla esperienza di un luogo emergono, attraverso l'intersoggettività linguistica ed il suo ripetersi, si tramutano in enunciati, ovvero in aspettative normative, in valori. E questi ultimi, in quanto tali, hanno pretese universalistiche. In questo senso, se consideriamo il luogo tra Scilla e Cariddi, in quanto luogo fisico e naturalistico, in quanto campo di emergenza emozionale ed in quanto simbolo linguisticamente costruito, come dimensione del mondo della vita, possiamo parlare della opposizione al progetto del ponte come resistenza alla colonizzazione del mondo della vita". Una resistenza al passaggio dall'attuale luogo, in senso antropologico, al non-luogo emblematico. Da questa attenzione al sociale, alla memoria, all'antropologia dello Stretto, Pieroni deriva la particolare cura con cui analizza l'unicità di quel mondo fisico-spaziale e antropologico costituito dallo scenario di acque e terre di Scilla e Cariddi. L'analisi mette in evidenza le eccezionali caratteristiche ecomorfologiche e mitologiche dell'area: le correnti marine ed i gorghi acquatici da cui i miti di Scilla e Cariddi; il paradiso zoologico costituito dalla fauna ittica, che dagli abissi viene in superficie e dal crocevia del volo degli uccelli rappresentato dallo Stretto; le particolarità geosismologiche derivanti dall'intersezione tra i terminali dell'arco eoliano e l'incisione italiana della grande faglia mediterraneo-orientale; l'interessante geografia simmetrica dei due versanti peloritano e aspromontano; l'estrema bellezza paesaggistica dello Stretto derivante da un capolavoro geologico della natura che ha unito due differenti mari ed ha diviso in due parti la stessa terra. I miti di una natura pericolosa fino al rischio mortale per i naviganti divorati dal mostro di Scilla o ingoiati dal gorgo di Cariddi, ma nello stesso tempo affascinante e magica come il canto delle sirene, capace di rapire ed ammaliare: questi miti esprimono l'ambivalenza tra rischio ed estasi, contemplazione e catastrofe e ci indicano come "stare" in questo luogo. Ci mostrano l'unico rapporto possibile con questo ambiente: guardare e godere, navigare e riposare, ma allo stesso tempo difendere e difendersi con i tappi di cera nelle orecchie come Ulisse e gli occhi vigili per prevenire i maremoti (o la "rema" troppo forte), gli uragani di vento ed i terremoti. Come non capire che in un'area in cui si sono succeduti ben 36 terremoti catastrofici negli ultimi 2000 anni, l'unico mezzo ragionevole per i collegamenti deve essere il mare e che non possiamo affidarci ad una infrastruttura sospesa ad immense torri d'acciaio con i piedi ballerini ed esposta allo scirocco che da queste parti corre a più di 120 km all'ora. E quando il mare e il vento dicono no, che non si passa, è sempre possibile fermare i motori del traghetto e fermarsi a guardare, con poco danno economico, tutto sommato. Il fermo dovuto ad una notte di tempesta non ha mai mandato in rovina nessuno! Pieroni ci racconta tutto questo ed altro ancora, argomentando un'altra visione dello sviluppo locale e sembra ci dica: Prometeo non abita più qui. Pieroni infatti compie una rassegna critica dei modelli di sviluppo e di modernizzazione proposti per il Sud negli ultimi decenni di cui il ponte sullo Stretto costituisce parte integrante ed insieme esempio emblematico. Modelli già ampiamente fallimentari in cui il Mezzogiorno è visto come una periferia dell'Occidente, in una spirale di dipendenza in cui non contano le risorse endogene e le compatibilità ambientali ma solo lo spazio da riempire con grandi opere e poli di sviluppo. Modelli che rimandano ad un pensiero unico e colonizzatore rispetto a cui il tentativo, riuscito, di Pieroni è quello di rifiutare l'ennesima omologazione culturale che l'ipotesi ponte rappresenta. E invece occorre fare attenzione ai soggetti locali che possono valorizzare il proprio "mondo della vita" e diventare sempre più consapevoli della immensa risorsa di bellezza ambientale oltreché di memoria, di letteratura e di mitologia che lo Stretto rappresenta. Dunque un modello alternativo a quello che rappresenta il ponte, che offra per l'area dello Stretto non una crescita (?) economica insostenibile, coi danni irreversibili che comporterebbe, ma un "giardino mediterraneo". Il bilancio tratteggiato dal libro, sul progetto attualmente in discussione di ponte a campata unica, conclude che questo ponte sarebbe inutile e dannoso sotto il profilo delle economie locali e delle economie generali di trasporto, pericoloso sotto i profili sismico e della sicurezza, nocivo e distruttivo sotto l'aspetto ambientale, denso di conseguenze negative sotto il profilo urbanistico, regressivo e omologante sotto il profilo culturale. Così tra la Scilla del sottosviluppo e della disoccupazione e la Cariddi della tecnologia distruttiva e del modello economico obsoleto e diffuso, il sociologo indica un'altra via più sicura, praticabile e sostenibile e soprattutto aperta alla bellezza, grande bisogno sociale e risorsa della memoria e del futuro.
(articolo apparso in OraLocale, settembre-ottobre 2000)
Ma lo Stretto è solo un luogo? di Giuliana Mocchi (Università della Calabria)
Che cos'è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari [...] E' un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia come un'immagine coerente, un sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in un'unità originale . (Fernand Braudel, Il Mediterraneo, Bompiani, Milano, 1999, p. 9). Questa ricchezza di storie e di confluenze, di trasformazioni e di cambiamenti, di osmosi e distacchi sembra raccogliersi nel cuore del Mediterraneo, all'estremo limite di quella terra-ponte (questa è la felice espressione con la quale Franco Cassano definisce l'Italia ne Il pensiero meridiano, Laterza, Bari, 1996) che unisce Europa continentale e Africa: nello Stretto, nel collo di bottiglia tra oriente egeo e occidente tirrenico, dove si mescolano, violente, le acque dei due mari più antichi della nostra civiltà, dove i fondali custodiscono uno straordinario museo di archeologia marina. Il mare dello Stretto, dice Osvaldo Pieroni nel suo ricco studio-documento-racconto sul, anzi, contro il ponte dello Stretto (Tra Scilla e Cariddi. Il Ponte sullo Stretto di Messina: ambiente e società sostenibile nel Mezzogiorno, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000), è un luogo che mantiene ancora i segni (unici e dinamici) del percorso-cammino, dell'andata e del ritorno, del movimento di risacca che è anche attraversamento di idee e di costumi. La vitalità di questo luogo, il suo dimanismo così peculiare offre, proprio per questo motivo, non solo segni, ma anche possibilità reali di attraversare quelle condizioni di limite "vere" e non virtuali né immaginarie che man mano scompaiono nel complessivo rattrappimento dello spazio-mondo. Lo Stretto è luogo dunque, non solo nel senso di una "geografia epistemica", ma anche nel senso di una "geografia vivente", perché cambia e si trasforma nelle correnti delle sue acque, in superficie e in profondità, perché è luogo zoologico speciale, perché tiene insieme e separa una altrettanto speciale solidarietà tra sociale e naturale. In questo forse si nasconde quell'impressione di meraviglia che coglie in uno sguardo i bordi di due terre divise da una striscia di mare che sembra perennemente abitata: dalle grandi navi che vi scivolano sopra, dagli uccelli di passo, dalle fantasie della memoria che rincorre le immagini dei miti, che qui più che altrove sembrano spiegare e farsi simbolo di fenomeni naturali più mostruosi e per ciò stesso più misteriosi: i gorghi, il terremoto, il miraggio Scilla, Cariddi e la Fata Morgana. In questo Pieroni individua la possibilità irripetibile di vivere (e non solo di sperimentare o immaginare) il limite di contiguità storia/vita, natura/cultura, ambiente/società, straordinario/ordinario, cultura del rischio/progetto delle risorse che è insito nell'ambiguità della realtà stessa: quella della natura che esprime se stessa nelle nostre scelte sociali e culturali, che ci limita ma non ci determina, che ci condiziona ma non sempre ci costringe. Azzerare tutto questo è obbligarci a mantenere ininterrotta, sempre e comunque, la dimensione unica dello spazio/luogo continuo, omogeneo, scandito esclusivamente dal tempo dell'accelerazione, dell'artificio tecnico: tempo uguale, presente perpetuo, spazio ininterrotto; un unico serpente d'asfalto, sopra e dentro la terraferma, e poi sospeso sul mare: ciò che ricade sull'ambiente, in termini di danno ecologico e di delitto paesaggistico, correndo sul serpente, lo si ignora. Rimuovere le tracce visibili di ciò che in passato è stato iato, frattura e ostacolo (il mare tra le terre e con esso, se lo si deve passare, la pausa, e magari il disagio dell'attesa) non sempre è realmente vantaggioso (ma in questo caso sarebbe anche catastrofico almeno dal punto di vista ambientale) se deve significare la perdita irrimediabile di un pezzo di memoria: lo Stretto, il profilo delle terre di Calabria e di Sicilia, il loro limite e la bellezza unica di questo luogo, che con il ponte sarebbe definitivamente distrutta. Questa perdita di memoria diventa alla fine un insulto anche per il senso del presente, se memoria è anche il punto di riferimento essenziale perché il tempo del qui e ora acquisisca il senso del processo, dello svolgersi, del tendere-verso e del giungere-da. E certo, se è vero che noi oggi tendiamo verso il nord e l'occidentalizzazione (perché è così che percepiamo l'idea di Europa e quella di sviluppo), è anche vero che giungiamo dal sud e dall'Oriente, che è la culla originaria della nostra civiltà attuale: Europa infatti è, nelle sue origini etimologiche, "terra del tramonto" e "terra dell'alba" ( Europa. Questo nome scrive Pieroni - era conosciuto dagli antichi mesopotamici come ereh, che vuol dire "terra del tramonto" Esu da cui evidentemente Asia, dall'altro stava a significare "terra dell'alba". Il buio e la luce, occidente e oriente" [Ivi, p. 9]). Si dice che il nostro è il tempo della tecnica, un tempo omogeneo ralativamente ai modi e agli scopi, che progetta solo all'interno del suo strumentario, che non ammette differenze di valore: è il tempo di Prometeo che ruba agli dèi il fuoco e con esso il potere di creare, ma con questo gesto tracotante il titano è punito con l'autodistruzione e la condanna di sé: è condannato cioè a una sorta di coazione a ripetere che non avrà mai fine. E in ciò si manifesta chiaro il conflitto tra il tempo della storia e il tempo del profitto, tra l'idea di progresso intesa come la volontà di diventare altro da ciò che si è e l'idea di tutela di ciò che si è conservato nella storia delle civiltà: la cultura e anche la natura. Se il nostro tempo è diventato unicamente il tempo di Prometeo, allora il senso del tempo naturale, la percezione dell'evolversi della storia, che è anche dare la possibilità al presente di collocarsi nel futuro, è in tal modo distrutto, anche in nome e per conto delle generazioni a venire. Quando questa dimensione del tempo della tecnica si attesta come dimensione unica del mondo della vita, da questo ne risultano espulsi molti degli elementi fondamentali che danno senso e valore alla consapevolezza dell'esistenza: Lo spazio in quanto paesaggio significativo scrive Pieroni - in quanto ambiente vissuto - ovvero il luogo dell'azione, il luogo della dinamica del corpo - ed il tempo come storia evolutiva e delle generazioni che in quei luoghi o in riferimento ad essi si ripetono e si formano [...] sono parte del mondo della vita come sfondo della comunicazione e come riferimento della coscienza collettiva. Le emozioni e i sentimenti che un luogo suscita, che dalla esperienza di un luogo emergono, attraverso l'intersoggettività linguistica e il suo ripetersi si tramutano in enunciati, ovvero in aspettative normative, in valori. E questi ultimi, in quanto tali, hanno pretese universalistiche (Ivi, pp. 129-30). In questo senso alterare irrimediabilmente un luogo così intensamente segnato da questi valori che non esprimono nostalgie sentimentalistiche, ma che racchiudono e segnano la profonda tensione tra il luogo e la sua storia, la relazione tra la natura e le identità culturali e sociali lì presenti, significa estirpare con violenza una memoria universale da quel momento della vita, che è il patrimonio legittimo e inalienabile di tutta l'umanità. Cemento, asfalto e acciaio non sono l'unica strada allo sviluppo, se per sviluppo si intende creazione di un proficuo equilibrio tra le esigenze dei luoghi della vita (e l'ambiente è luogo della vita per tutte le specie viventi che lo abitano) e le identità umane e culturali di tutte le civiltà che in quei luoghi hanno lasciato e lasceranno le tracce del loro tempo vissuto. La memoria di queste relazioni dunque non è un patrimonio privato di una o di alcune generazioni, ma è risorsa e bene universale, anche delle generazioni a venire e di questo siamo tutti chiamati ad assumerci la piena responsabilità. La memoria del paesaggio dello Stretto è dunque bene universale, allo stesso modo del patrimonio naturale che è custodito dentro e intorno a quel lembo di Mare Nostrum che vi scorre: cancellarla equivale ad un furto, come ben evidenzia l'appello al governo italiano del comitato Tra Scilla e Cariddi":
"La cancellazione della memoria del tratto di mare tra Scilla e Cariddi, quello che i nostri figli dovranno ancora chiamare lo Stretto di Messina, distrugge un luogo simbolico di relazione tra storia e natura, dove la comunità umana da sempre riconosce quel senso concreto della distanza che sola può determinare l'incontro fra le differenze".
(articolo apparso in OraLocale, settembre-ottobre 2000) Legambiente Emilia-Romagna Centro di Documentazione TRA SCILLA E CARIDDI Il ponte sullo Stretto di Messina: ambiente e società sostenibile nel Mezzogiorno un libro di Osvaldo Pieroni pp. 267 lire 24.000, edizioni Rubbettino Un testo documentatissimo, che parte dall'esame della questione del ponte sullo Stretto di Messina come esempio di scelta errata rispetto ad alternative di trasporto più convenienti e modernamente rispettose dei luoghi, per proporre una riflessione più ampia su storia e prospettive del Mezzogiorno. Tra Scilla e Cariddi: il dilemma di coniugare cultura particolare ed emozioni radicate in un ambiente ecologico specifico con la partecipazione ad un mondo razionalizzato e globalizzato. Con una esemplare bibliografi
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